Delirio #1. Cinema Laterale. Inizio e buio.

buio

Il cinema laterale: sperimentazione, ricerca, scrittura del buio. Riflessioni (e deliri) sul cinema a precedere il Laterale Film Festival a selezioni in corso.

“Vado al cinema, vado a vedere un film”, frase strasentita e stradetta. È un programma che fai con un certo anticipo, curando dettagli collaterali non sempre rilevanti: a che ora, dove, con chi. Per non andare del tutto al buio.

In realtà, anche se quella frase l’hai detta e l’hai sentita tante volte, al cinema ci vai raramente perché non è detto che il film che ti interessa esca in sala (ammesso che di sale ce ne siano, che non abbiano chiuso o non siano state trasformate in un Bingo) e non è detto che un film non si possa vederlo in altri modi (specialmente se in sala non è uscito) senza uscire di casa, evitando di dover curare i dettagli di cui sopra.

Ma programmi, cura dei dettagli, e partenze sono sempre una faccenda delicata perché da tutto ciò può dipendere l’esito di un’impresa. E poi, perché c’è un certo margine di incertezza all’inizio, perché le cose si fanno chiare in corso d’opera: all’inizio ogni genesi è caotica, oscura.

A proposito di oscurità, una cosa è abbastanza chiara: i film, al cinema, a casa o altrove, li si vede meglio al buio. Non conosciamo un posto migliore di quello per far emergere la luce più nettamente.

Il fatto è che al netto di previsioni e  programmi, l’incertezza la puoi prendere solo di petto: non c’è programma che possa tenerne conto. È una cosa che il cinema che ci piace chiamare Laterale sa benissimo: accetta l’incertezza della ricerca, sperimenta sempre lo sguardo, con pochi mezzi economici. In sostanza si allontana dalla certezza di una prassi consolidata, di un modo di produrre e narrare, prendendo le vie di fuga laterali da un centro.

È il solo modo che conosciamo per andare lontano, per prendere il largo,  per «Rendere visibile quello che senza di voi non potrebbe mai essere visto» (Robert Bresson) anche e soprattutto affrontando la confusione, l’incertezza, l’oscurità che connotano le partenze, le innovazioni, fare un film, guardarlo.

Al buio. Che spesso i cineasti prendono di petto, addirittura lo filmano e così lo rendono visibile. Vi scoprono del nuovo e lo portano alla luce di una proiezione in sala dove lo spettatore ha a sua volta preso di petto il buio, l’incertezza (“Come sarà questo film?”).

E forse è proprio quel certo margine di oscurità a rendere possibile ogni visione e ad esserne compagno.

Immaginatevi una realtà fatta di sola luce, o, se vi riesce difficile, una foto sovraesposta. Si finisce col non distinguere più nulla proprio quando tutto è al massimo della luminosità. È un po’ quello che accade a noi, strapieni di immagini che pretendono di dire tutto di tutto, ovunque ossessivamente presenti meno che nel luogo dove stanno meglio: al buio di una sala cinematografica.

Lo sanno anche i bambini che le stelle si vedono di notte: i cineasti laterali sanno benissimo che talvolta il buio, l’ombra, sono necessari per dar contorno alle cose. Sembrerà folle, ma per vederci chiaro, qualche oscurità occorre. È come la scrittura: si mette nero su bianco per far chiarezza, e sembra folle come il filmare laterale che scarta la norma e il centro.

Ma «Occorre essere folli per essere chiari» (Pasolini).

Circa 3000 film pervenuti sono lì a dimostrarlo. Le vie di fuga, anche passando per il buio, sono state battute. Levate l’ancora.

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