Delirio #13. Laterale Italiano

Foto di Antonio Capocasale

11 dei 29 film della Seconda Edizione del Laterale Film Festival sono italiani o di autori italiani. Deliri sul Laterale italiano.

La riflessione che verrebbe da fare, mentre lavoriamo per fare del Festival sempre più uno spazio aperto e di autentica condivisione e ricerca, di concerto con gli autori, è questa: una lateralità italiana è forte tanto dal punto di vista numerico che da quello identitario. Per molti versi si configura come un rovesciamento di sguardo su un panorama cinematografico/culturale/identitario desolante.

Questa via di fuga laterale italiana ha una sua identità. Certo, l’identità è spesso mutevole, tanto più se accepita in quanto laterale. Un misto di permanenze e di caratteri e di pratiche e di tradizioni e culture che cambiano, storicamente dati. Alcuni più lentamente nel tempo, altri meno. Per quanto mutevole, in divenire, è però riconoscibile.

E, pare, non riusciamo a non chiederci, prima o poi, “chi sono?” o “chi siamo?”, cioè a interrogarci su un’identità. Anche rispondendoci che non ci interessa definirci, saperci, che non è mai possibile farlo una volta per tutte, che si cambia, che nessuna identità può imporsi in modo coercitivo.

C’è un modo laterale, quindi, di gestire l’identità, accettando permanenza e cambiamento, la possibilità quindi di essere più cose e nessuna. Il che non implica non averne o non gestirla, che sia tutta determinata dai capricci del caso.

È, semmai, gestire il suo decentrarsi pur sapendo che ogni gestione è limitata, anch’essa storicamente data, valida per un tempo e per uno spazio più o meno vasti.

C’è un modo laterale italiano di amministrare il decentrarsi dell’identità, un metterlo in immagini. C’è un modo di fare i conti col suo ridefinirsi, col suo perdersi.

A un paese che sempre meno sa chi è, corrisponde un mercato cinematografico che invece semplicemente non è affatto e puntualmente penalizza le opere più meritevoli.

Esistono delle laterali vie di fuga da un tale stato di cose, e 11 lavori italiani del Laterale 2018 sono lì a dimostrarlo. Lo saranno, in sala, a giugno.

Lascio stare che la nazione non avendo centro, non havvi veramente un pubblico italiano; lascio stare la mancanza di teatro nazionale, e quella della letteratura veramente nazionale moderna […]. Queste seconde mancanze sono conseguenze necessarie di quella prima, cioè della mancanza di un centro, e di altre molte cagioni. Ma lasciando tutte queste e quelle, e restringendoci alla sola mancanza di società, questa opera naturalmente che in Italia non havvi una maniera, un tuono italiano determinato. Quindi non havvi assolutamente buon tuono, o egli è cosa così vaga, larga e indefinita che lascia quasi interamente in arbitrio di ciascuno il suo modo di procedere in ogni cosa. Ciascuna città italiana non solo, ma ciascuno italiano fa tuono e maniera da sé.

Così Leopardi, nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani.

Probabilmente, un modo laterale di fare i conti con un tale stato di cose esiste, ed emerge dai laterali italiani. E non perchè vogliano farsi carico di proporre una maniera italiana determinata, ma nel confrontarsi con una pluralità che sicuramente fa problema e insieme è ricchezza.

È fare i conti con una pluralità caratterizzante, e non spersonalizzante.

Una prima idea di riconoscibilità della lateralità italiana viene dal fatto che i film sembrino a volte misurasi con questioni affini, si incontrano o si scontrano gli uni con gli altri. Mettono in gioco, prendendole di petto, diverse e articolate riflessioni sul linguaggio. Ci sembra che, considerati nel loro insieme, i magnifici undici traccino una mappa d’Italia, a loro modo. Sono anche spia di un modo di sentire il paese, la sua cultura, o per lo meno la sua parte migliore e più autentica, la più aperta, respirante, gioiosa, vitale. Nelle opere in questione si rilancia una delle domande più urgenti oggi, una delle più costanti, che si interroga su chi siamo/diventiamo.

Mentre diveniamo, mentre mutiamo, in balia di una forte incertezza a livello politico e culturale, manchiamo di linguaggi adeguati a restituire la complessità di una tale situazione, degli alfabeti necessari ad elaborare i rivolgimenti, a padroneggiarli.

Ecco: una lateralità italiana si misura proprio con la ricerca di un linguaggio atto a confrontarsi con il decentramento, a restituire la complessità di ciò che andiamo diventando, facendo piazza pulita di ogni retorica.

Mentre le immagini hanno finito col rendere tutti più scettici, con buone ragioni, nella messe di fakes e ogni retorico story-telling, mentre non abbiamo nomi da dare alla complessità disorientante delle cose proprio perchè nè a nomi nè a immagini crediamo più come modi per leggerci e organizzarci, mentre ogni epoca presente è oscura per forza fintanto che ci si resta immersi, ecco che si traccia una via di fuga.

Un atto di fede nel cinema e affini, una fiducia nella possibilità di gestire il suo cambiamento di identità nel paese e non solo, emerge dai laterali italiani. Undici lateralitaliani testimoniano che esiste un cinema di chi ha visto la possibilità di ricominciare daccapo una storia completamente diversa, di chi ha non ha accettato il presente e ha trovato delle vie di fuga perché sapeva che sarebbe stato prolungarlo nel futuro, farsi complice dei suoi lati nefasti, negando in partenza ogni progressione reale.

11 film che hanno fede nella possibilità di percorrere vie di fuga, che non temono il decentramento.

C’è quindi anche chi assume le immagini del passato, e non con attitudine museale o nostalgica. Le immagini di ieri sono anzi riprese per come possono reinventare qualcosa che fosse un potenziale nuovo corso, diverso, che non si è seguito. Sono, ancora, laterali vie di fuga, altri possibili che non erano stati colti. Appropriarsi delle immagini del passato è anche un modo per appropriarsi della propria storia, di quella collettiva, di inventarne una. Riutilizzare le immagini significa anche riappropriarsi del linguaggio, tornare ad avere un alfabeto per dire le cose.

C’è chi per orientarsi al buio, ancora, non ha che il cinema come stella, per scrivere seduta stante le cose che incontra casualmente, senza poterle pensare prima o scriverle a monte, senza poterle pianificare. Sono i sentimenti della contingenza, della casualità, e degli incontri che sorprendono e che non ci si aspetta: tutti motivi ricorrenti nella migliore tradizione storica cinematografica italiana, ma in grado di farsi segno del presente, di un modo di sentirlo.

A dispetto della dizione “film difficili” che una volta era nel linguaggio comune e che oggi figura addirittura in una legge, a dispetto dei meccanismi statali di finanziamenti concessi ancora sulla base di sceneggiature, di solidità dell’impresa, che servono solo a rassicurare i cassieri/finanzieri/produttori, del tutto ignari che il cinema si scrive solo in macchina, stando dentro alle cose che si incontrano, il cinema italiano ha sempre saputo che il cinema non si scrive, ma che è un modo di scrivere le cose che accadono, che si vedono, o che non si vedono ancora oggi.

Negli esiti migliori della sua storia il cinema italiano ha saputo che occorre improvvisarsi veggenti ponendo attenzione al qui ed ora, a ciò che sorprende e sconcerta, ha saputo che la ripresa è la registrazione di un processo di scoperta, se fotografando qualcosa e inquadrandola in un qualche modo, si fotografa con ciò stesso il pensiero e il sentimento che andiamo elaborando nei confronti di quel qualcosa. È restituzione del pensiero nel suo farsi e del mondo nel suo farsi.

Esiste così la Lateralità italiana di chi, per realizzare le proprie opere, ha smesso di scendere a patti con ogni considerazione utilitaristica, cinica, traffichina, che dimostra che si può fare senza dover per forza compromettersi con chi concepisce la cultura come un modo come un altro per fare solo numeri, e che presuppone spesso che ogni pubblico sia stupido e si debba imboccarlo, che si possa al massimo educarlo paternalisticamente. È il cinema di chi accanto al resettaggio/risettaggio dei linguaggi, accanto al rifiuto della prassi industriale, pratica nuove operazioni estetiche, che ancora si chiede se e a quali condizioni possano darsi nomi e immagini delle cose quanto più sembrano o sono oscure. Oppure, si costruisce sul silenzio. Senza temerlo.

È il cinema come macchina per esplorare l’invisibile di chi ha chiesto di più al cinema e all’immagine: “Think Invisible Things”. Forse, gli 11 film italiani dicono cose così:

Noi sappiamo che sotto l’immagine rivelata ce n’è un’altra più fedele alla realtà e sotto questa un’altra ancora, e di nuovo un’altra sotto quest’ultima. Fino alla vera immagine di quella realtà, assoluta, misteriosa, che nessuno vedrà mai. O forse fino alla scomposizione di qualsiasi immagine, di qualsiasi realtà.
(M. Antonioni)

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