Delirio #14. Laterale. E tre.

Avviso ai naviganti: Laterale Film Festival 2019 è in arrivo. In apertura la Call della terza edizione del Festival per esplorare l’invisibile.

Certe esperienze, certe suggestioni, idee, certe avvincenti ossessioni, han bisogno di tempo per maturare, per sedimentarsi e venire fuori una volta giunte a maturazione. Semi sotto la neve.

E invece l’obbligo di produrre, di tirar fuori tutto e subito, di mettere immediatamente sul mercato, di vendere e di corsa. Eppure,  “La noia è l’uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza”, scriveva Benjamin nel suo saggio sul Narratore.

La fregatura è questa, invece: quanto più l’obbligo di produrre e vendere e consumare in tempi rapidi si fa insistente, tanto meno tempo resta per l’esperienza e la sua maturazione, la possibilità di condividerla, di raccontarla, metterla in immagini e suoni.

Un film, come già si diceva qui, serve allora a riappropriarsi del tempo, a dispetto della fretta, e ad espropriarne coloro che lo detengono gelosamente come un mezzo o una merce rara. Poterlo spendere e non vendere. Questo ad alcuni dispiace, ed è per questo che quei film che si riappropriano di tempo e immaginazione non hanno diritto di cittadinanza. A chi allora fa e cerca film esuli, a chi vuole per quelli e per sé diritto di umanità (creativa) oltre che di cittadinanza, si offre la libera città laterale del cinema libero.

Un film laterale è forse una delle cose più simili a quel tipo di situazione in cui qualcuno, raccontando una storia, comincia col dire, all’uso di certi dialetti italiani, “Ti racconto un fatto“. Oppure “Ho visto”, oppure “Mi hanno detto”. In sostanza, dire che una cosa esiste, che è lì, a prescindere dal carattere finzionale o documentale dell’immagine. Che una cosa era sentita, che una cosa esiste, che indipendentemente dal suo essere immagine o cosa, era un fatto che si verificava, sotto gli occhi e nell’ascolto. Era, insomma, un’esperienza, libera di essere liberamente raccontata, secondo il proprio capriccio.

O quello del caso: Jean Renoir amava infatti ripetere spesso  che nella macchina del set, come dispositivo che respinge l’imprevisto, il casuale e il caotico, come creazione di un mondo che respinge l’accidentale nella creazione rigidamente controllata, occorresse invece lasciare aperta una porta. Attraverso quella, l’inatteso avrebbe fatto irruzione, a scardinare il prestabilito con la forza della contingenza, dell’incidente che rimodula il progettato, il premeditato, il rigore. È precisamente ciò che una visione laterale prende di petto.

Spiegarsi le cose. Condividersi le esperienze. Fare, al buio, le ombre cinesi attorno al fuoco. Alimentarlo. Scoprire come l’incertezza della fiamma col suo moto imprevedibile detti nuove immagini, inattese, sulle quali sperimentare nuove visioni, nuovi suoni e modalità di racconto. 

Questa forse la scaturigine delle nuove visioni laterali, da scoprire in una nuova edizione del Festival. Ci vuol tempo, però, incluso quello della noia, quello necessario al seme delle nuove visioni per starsene quanto basta sotto la neve, quello necessario all’uovo per schiudersi, e all’esperienza per sedimentarsi, trasmettersi e farsi condivisione attorno al fuoco. Almeno una stagione, ci vuole, di maturazione e di vita, perchè il frutto sia nuovo davvero, e non sia lo stesso dell’anno passato, perchè l’esperienza sia effettivamente condivisibile e diventi, da esperienza di chi parla, esperienza per chi ascolta.

In due edizioni, una delle cose di cui ci siamo accorti, tutti, pubblico, autori, organizzatori, era che si poteva fare un po’ a meno di coloro che si fregiavano del titolo di “indispensabili”, cioè di coloro che detengono i mezzi, economici, e di comunicazione. Si ritiene che senza l’ausilio di quei signori non si possa fare nulla senza passare per il loro supporto. Sorpresa: è venuto fuori un festival che li ha, almeno un po’, esautorati. In preda a un gioioso sentimento anarchico e autarchico ma in grado di parlare non la lingua dei pochi detentori di mezzi, ma dei tanti autori laterali sparsi per il mondo, dei pubblici, tanti anche loro, curiosi, inconsapevoli, cinefili puri e duri e non.

Nel fare questo, si sono scoperte fratellanze, rafforzati rapporti nel segno di un comune cinemavita, si sono spalancati gli occhi scoprendo che ce n’erano più di due. Zavattinianamente, abbiamo chiesto un “più uno” allo sguardo, al cinema, tutti quanti: pubblico, autori, organizzatori. E chiedendo “più uno” ci reinventiamo, anche, un po’, consolidando la squadra  che olia gli ingranaggi della Macchina per Esplorare l’Invisibile, con riconoscenza e gratitudine verso chi finora ha contribuito a metterla in moto.

Fatto sta che mentre coviamo le uova dell’esperienza, non c’è niente che tenti di più come il non rimanere seduti, come alzare lo sguardo, l’andare in cerca di cose nuove. Al fuoco che detta imprevedibili e nuovi racconti, chiediamo “più uno”. Coerentemente con quello che La Macchina per Esplorare l’Invisibile è sempre stata, sin dalla sua nascita tre anni fa. Incapace di stare a lungo seduta, lavora a sorprendersi, nella ricerca di nuovi registri espressivi, non solo nuove immagini e nuovi suoni, nuovi modi di dar forma all’informe presente col cinema, nella ricerca di quell’esperienza che tutti possano raccontare, riappropriandosi del tempo e strappandolo a chi, mentendo, ha detto che “il cinema è un giocattolo per ricchi, ci vuole tempo e denaro”, nella ricerca di nuove immaginazioni e nuovi immaginari. Subito e senza chiedere permesso a nessuno. O quando, senza permesso, l’uovo si schiude, lasciata aperta la porta dell’inatteso e del nuovo.

Il tutto si mette in moto adesso. Il bando c’è, la call aperta.

Levare l’àncora, ancòra. E tre.

 

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