Delirio #15. Un caso di vita apparente.

Delirio sull’industria spacciata per viva, e che non si è accorta che uno schermo è grande perchè può integrare e includere tutto il cinema esule.

Poco prima di impiccarsi, Alfredo Berlinghieri il vecchio, manda a dire ai “suoi” braccianti che il padrone è morto, ma vuole che si continui a danzare. “Ma come?”, si chiedono i paesani, “Adesso vuole dare ordini anche da morto?”

Film italiano che riesce – tra l’altro – a far finanziare, dal colosso industriale 20th Century Fox, un’enorme bandiera rossa cucita di stracci padani: Novecento.

Associo forse non troppo liberamente l’immagine del vecchio padrone che dà da lavorare anche da morto, all’immagine della fu industria cinematografica italiana, che di lì a poco (il film è del 1976) diventerà un po’ un morto che pretende di dare ordini comunque.

Sul finire di quel decennio, alcuni autori italiani, preso atto della situazione, cominciano da subito a muovere in senso autarchico il proprio fare cinema, a creare proprie case di produzione, a occuparsi della distribuzione e talora anche dell’esercizio. Fanno un po’ di industria a sé, virtuosamente, altri emergono grazie alle coproduzioni televisive, mentre va scemando la compagine underground, indipendente, la frangia dinamitarda e sperimentale del nostro cinema che aveva saputo reinventare i mezzi (e anche, con appassionata artigianalità, farne strumento di guerriglia e di verifica incerta) e i linguaggi anche superando le insufficienze di una industria agonizzante.

Nel film succede poi che il bracciante-leader Leo Dalcò arriva poi nella stalla a scoprire il cadavere di quella “gran brutta bestia” del padrone Alfredo, dicendo qualcosa come “Va bene morire, ma prima dovevate proprio slegarmi tutte le vacche, per darmi ancora da faticare anche quando siete morto?”

Tutt’ora, la zombie industria cinematografica italiana non si accorge, o fa ipocritamente di tutto per non accorgersi, che la situazione-cinema cui credeva di corrispondere e che in qualche modo ne validava l’istituto e l’operato, è radicalmente cambiata. A livello produttivo, sia nel senso creativo, tecnico, linguistico, e sia nel senso puramente economico.

E insomma, l’industria muore, ma ordina e fa lavorare/faticare, frammezzo a qualche vacca magra. Puntualissimi, a ogni film italiano che faccia registrare qualche numero appena un po’ più significativo di altri, o veda “ritornare” gli autori (pur, spesso, splendidi) di origine autarchica o televisiva, ecco che, magari a tarda notte proprio in televisione (per chi ancora ne guarda), si snocciolano i luoghi comuni su “rinascita del cinema italiano”. Per poi sciorinare i canonici musi lunghi di ordinanza quando “nessun film italiano è presente/ha vinto” in questo o quell’altro festival.

Neppure loro, quei gazzettieri che a forza di pallini e stellette hanno ridotto il discorso della critica a puro orientamento al consumo con “Andate a vedere/non andate a vedere” (roba da piazzisti), sembrano essersi accorti che l’industria è morta, per quanto pretenda di impartire leggi.

Produzioni che continuano a fare numeri – e solo numeri e non cultura cinematografica – e solo in Italia, incapaci di varcare i confini nazionali. La scarsa lungimiranza vuole puntare sull’uovo di sicuro incasso oggi e all’interno del confine nazionale, incapace di progettare e rischiare su una gallina domani.

Lo stesso carattere “introverso” della produzione industriale, si ritrova nell’introversione dei film italiani tutti costruiti sugli internucci borghesi di famiglie in crisi, tutti incapaci di fare numeri anche all’estero e tutti (o quasi) a lungo esaltati dai gazzettieri-piazzisti.

Se esiste un cinema italiano ancora valido e interessante, venuto a crearsi spesso ai margini dell’industria tout-court, è il cinema che più spesso fa registrare consensi significativi all’estero. E l’industria, morta com’è, non se ne accorge o fa di tutto per non accorgersene. E continua a ordinare come comporre i prodotti industriali, su quali investire.

Tutta presa dal proprio ombelico e dal proprio uovo oggi, neppure si è accorta che sono cambiati e ancora cambieranno i canoni della fruizione. Tanto buon cinema (e le sue mutazioni espanse/esplose) si vede nelle manifestazioni-rassegne-gallerie d’arte contemporanea, tanto buon cinema nuovo e spregiudicato per come sa fiancheggiare e ripensare le forme e i contesti dell’installazione e della videoarte, mentre emergono nuovi modelli e figure di registi-videoartisti-scrittori-teorici-pedagoghi, mentre le piattaforme on-line producono e distribuiscono cinema di fatto esautorando la centralità e l’unicità della sala (Roma di Cuaròn, The Other Side of the Wind di Welles). Cinema che è bello ovunque lo si veda, non importa quanto grande lo schermo. Il buon cinema, un buon film, sono tali anche se li si vede fuori dalla sala, anche sul più scassato schermo domestico. È in gioco la diversità dell’esperienza di fruizione, insomma, non la sua intensità o la qualità del “prodotto”.

Ci sono poi film che si pensano inevitabilmente per quella fruzione da grande schermo, che pensano in grande il proprio fotogramma, che a vederli da computer o da smartphone sarebbe come vedere la riproduzione di un quadro su un’atlante invece di vedere il dipinto originale dal vivo, o leggere la traduzione di una poesia. Ci sono cose che si vedono solo in grande, sensazioni che vengono solo dalla visione su grande schermo.

Ci si è resi conto che parte di questi lavori che pensano in grande il proprio frame sono esuli, e pertanto Laterale ha cercato di fornire loro cittadinanza, e continuerà a farlo.

Nondimeno, abbiamo proiettato anche oggetti che sconfinano dalla sala, il cui contesto canonico è stato ed è ancora la galleria d’arte e luoghi affini, per esempio. Opere che sono cinema e sue smarginature pur non pensandosi specificamente per la sala, che trascendono la questione del formato.

Ma su uno schermo grande si può proiettare tutto, c’è spazio per tutti, per incontrarsi.

Cambia la vita, cambiano i linguaggi, quelli artistici e quelli produttivi ed economici. E l’industria continua a non accorgersene, a parlare un suo linguaggio incomprensibile che pretende di dettare ordini.

Qualcuno, fatto il proprio cortometraggio-palestra-biglietto da visita di professionalità, continua a voler esordire in un’industria che non c’è. Neppure lui si è accorto che è morta.

Di tutto questo, l’industria nazionale non si accorge, di fatto compiendo il proprio suicidio, continuando a puntare sul sicuro uovo oggi, continuando a puntare su un mercato per vendere i propri prodotti e guadagnare a malapena la giornata sulla piazza solo italiana. Eppure, un mercato non è solo un luogo di compravendita, ma anche un luogo di relazioni, di scambi, di rapporti anche simbolici che si coltivano nel tempo e creano aggregazione sociale intorno a cose di valore non solo economico-monetario. Ma – abbiamo detto più volte delirando – il tempo è il principale nemico della filosofia del tutto e subito che tanto piace all’industria. Sta di fatto che in tutto il mondo esistono nuovi modi di fare cinema e di creare aggregazione sociale intorno e attraverso nuovi immaginari e nuove condivisioni di quegli immaginari. Se è così, il cinema è vivo, l’industria (per lo meno quella italiana) no.

Intanto, capita che un film, un film che è assolutamente cinema e buon cinema, rimanga in sala per pochi giorni appena e lo si ritrovi poi solo su piattaforme Web. Capita anche, ed è più spiacevole, che ci siano addirittura circuiti che decidono di non proiettare il film poi diffuso su Web per protestare contro il venir meno della priorità/centralità della sala cinematografica nel sistema distributivo e di fruizione. Una tale posizione non solo suona anacronistica per come identifica in maniera univoca la fruizione con un dato meramente topografico, e cioè con un luogo unico, ma non considera che più uno schermo è grande, più può accogliere cose diverse, eterogenee, includere e integrare e smarginarsi.

Una tale posizione sarebbe anche comprensibile se in questi anni alcuni esercenti e alcuni circuiti avessero rischiato, se davvero avessero proiettato film “esuli” che non avevano altrove cittadinanza. Se, insomma, avessero accolto il cinema su schermo grande dove c’è spazio per tutti. Eppure non hanno alzato un dito. Eccoli adesso, ma dove stavano, prima? Fanno adesso la voce grossa (che è la tipica strategia di chi sa bene di non essere abbastanza ascoltato, la strategia di un morto che voglia ancora dettare ordini), che così suona non come canto d’amore per il cinema che in altre circostanze e tempi non hanno dimostrato di avere, ma come gretta difesa di una minuscola rendita.

Non s’alzerà, forse, neppure un dito contro di loro, perchè non si ammazza un morto, ma neppure riuscirà di alzarlo per loro, in difesa di chi il cinema non l’ha difeso.

[la prima parte di questo Delirio è stata scritta prima che l’Ultimo Imperatore andasse via. Lui sì, vivo.]

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