Fuoco e cinema per un Natale Laterale.

Quasi fine anno, quasi in festa. Proseguono le visioni dei lavori per la Terza Edizione del Festival. Intanto buone feste con due bussole letterarie per orientarsi nella Libera Città Laterale di domani.

“Alla fine del suo libro sulla mistica ebraica, Scholem racconta questa storia, che gli era stata trasmessa da Yosef Agnon:

Quando il Baal Schem, il fondatore dello chassidismo, doveva assolvere un compito difficile, andava in un certo posto nel bosco, accendeva un fuoco, diceva le preghiere e ciò che voleva si realizzava. Quando, una generazione dopo, il Maggid di Meseritsch si trovò di fronte allo stesso problema, si recò in quel posto nel bosco e disse: “Non sappiamo piú accendere il fuoco, ma possiamo dire le preghiere” – e tutto avvenne secondo il suo desiderio. Ancora una generazione dopo, Rabbi Mosche Leib di Sassov si trovò nella stessa situazione, andò nel bosco e disse: “Non sappiamo piú accendere il fuoco, non sappiamo piú dire le preghiere, ma conosciamo il posto nel bosco, e questo deve bastare”. E infatti bastò. Ma quando un’altra generazione trascorse e Rabbi Israel di Rischin dovette anch’egli misurarsi con la stessa difficoltà, restò nel suo castello, si mise a sedere sulla sua sedia dorata e disse: “Non sappiamo piú accendere il fuoco, non siamo capaci di recitare le preghiere e non conosciamo nemmeno il posto nel bosco: ma di tutto questo possiamo raccontare la storia”. E, ancora una volta, questo bastò.
È possibile leggere questo aneddoto come un’allegoria della letteratura. L’umanità, nel corso della sua storia, si allontana sempre piú dalle sorgenti del mistero e smarrisce a poco a poco il ricordo di quel che la tradizione le aveva insegnato sul fuoco, sul luogo e la formula – ma di tutto ciò gli uomini possono ancora raccontarsi la storia.”
 Questo passo, che sta all’inizio de Il fuoco e il racconto, di Giorgio Agamben, potrebbe forse rendere conto di un certo sentimento Laterale del cinema. E non perchè al cinema raccontare storie sia necessario, o il cinema sia tutto nel narrativo. Più che illustrare una sequenza lineare di azioni magari imputabili a dei personaggi, come è in tanta narrativa, certo cinema Laterale sa invece misurarsi con blocchi di contemplazione, per altro non direttamente riferibili a un qualche personaggio agente. Preferire la categoria della contemplazione a quella dell’azione è del resto la linea percorsa da tanta modernità cinematografica (Slow-Cinema, Neorealismo, o il lavoro di tanti autori più o meno accostabili a quello che Schrader individua come Stile Trascendentale). Oltre quella linea, Laterale cerca nuove smarginature, contaminazioni.
Se il passo citato riporta alla mente l’attitudine comune a tanto cinema Laterale, non è dunque perchè tale cinema si identifichi con la narrazione come racconto di azioni. Piuttosto, è Laterale il tentativo, come nella storia di Scholem, di riandare alle smarrite sorgenti del mistero, di rendere di nuovo vitali esperienze non più frequentate, che si davano per perdute. Laterale è rivitalizzare, nel palpito della fiamma, quella che Benjamin identificava come la più certa e inalienabile facoltà umana: quella di scambiarsi esperienze. Siamo umani, insomma, finchè siamo in grado di scambiarci esperienze. E un esule non ha che da raccontare la propria storia, secondo il proprio modo: non riconoscendosi nello story-telling usato, contribuisce, accendendo il proprio scambio di esperienze e contemplazioni e il proprio modo Laterale e sorgivo, originario, di raccontare, a bruciare la consuetudine.
Dunque, quando le esperienze, e la facoltà di scambiarle rischiano di perdersi, come nel passo citato, quando tutto si riduce a un indistinto flusso di informazioni mediali, quando con un medesimo scrollare la medesima home si può sapere in tempo reale (che non esiste: ogni tempo non è che una fusione di tempo reale e tempo irreale) cosa accade dall’altra parte del pianeta e punteggiarla di selfie, è allora che bisogna riaccendere il fuoco: per quello, esiste Laterale, come già si diceva in quest’altro delirio. E di nuovo, il fuoco:
“Sono portato a credere che il fuoco costituisca esattamente il primo oggetto, il primo fenomeno in cui lo spirito umano è riflesso; tra tutti i fenomeni, solo il fuoco rappresenta, per l’uomo preistorico, il desiderio di conoscere, proprio per il fatto che accompagna il desiderio di amare. […] Ora, primitivamente, solo i cambiamenti per mezzo del fuoco sono cambiamenti profondi, soprendenti, rapidi, meravigliosi e definitivi. […] Il fuoco trasforma tutto. Quando si vuole che tutto cambi, si evoca il fuoco. […] Questo fuoco, il più sensibile fra tutti, va sorvegliato con cura, alimentandolo o rallentandolo; bisogna cogliere il punto di fuoco che caratterizza una sostanza come l’istante di amore che segna una vita.”
(Gaston Bachelard, La Psicoanalisi del Fuoco)
Ridotta in cenere la vecchia industria, ardente il cinema di domani.
Ecco perchè cerchiamo film fatti di fuoco, che nascano da ciò che brucia, compagni del desiderio di amare, che siano il segno della trasformazione più profonda, sorprendente, rapida.
Ancora, a chi fa e cerca film esuli, ma cittadini del fuoco che non ha confini, e che alimentano il fuoco dello schermo perchè arda nei cuori e negli occhi della sala, nello scambio di un’esperienza, nel cambiamento di prospettiva, auguriamo la compagnia e il mezzo del fuoco per forgiare il proprio cinemavita.
Un fuoco, in fondo, è sempre una buona compagnia per finire un anno e iniziarne un altro, di nuove trasformazioni.
Laterali auguri.