Delirio #2. Cultura laterale e crisi

culturaz

La cultura è laterale? È diversa dal culto? Note elementari sulla crisi del cinema e della cultura.

Mi imbatto (ancora, dopo tanto tempo) in un articolo di Rossellini su Filmcritica (in realtà la trascrizione di un suo intervento, per essere precisi anche nel delirio) che comincia così: «La crisi di oggi non è solo crisi del cinema ma crisi della cultura».

È del 1963, l’articolo, ma come succede per qualsiasi cosa chiamiamo “classico”, suona del 2017. Perché il concetto di fondo è lo stesso allora come ora.

O magari anche per la ricorrenza della parola “crisi”, e perché – cosa che mi piace molto perché capita di dimenticarsene – la cultura non è qui intesa limitatamente come “erudizione”, ma come intero bagaglio di opinioni, usi e costumi, conoscenze che caratterizzano una determinata società umana in tutti i suoi strati.

Ecco, è quell’intero sistema nel suo complesso a essere in crisi, forse, non solo perché mancano saperi che cementino, tengano insieme, caratterizzino una comunità umana (è la modernità liquida di Zygmunt Bauman), ma anche perché esiste una separazione rigida tra una cultura intesa esclusivamente, e a torto, come erudizione, e il culto. Il culto per eccellenza non è tanto quello religioso, ma il modo in cui è vissuto ha qualcosa della dedizione e dello scrupolo dei fenomeni religiosi: è il culto del consumo, cui si riferiva Rossellini nel suo articolo (e Pasolini parlando, tra l’altro, del ruolo della televisione, e in una prospettiva diversa e tempi più recenti Bauman).

Sta di fatto che più un culto, come quello del consumo, è rigido, tanto più si distacca dalla cultura. Perché la cultura è decentramento, produzione di saperi sempre in circolo e in discussione, mai dogma fermo: per sua natura, la cultura è laterale quanto il culto è rigido, stagnante. Pericoloso, se fondamentalista e antiumanitario, dimentico della cultura come prodotto umano.
Ovvio che così il culto del consumo, in quanto tale, non ammette deroghe, né eresie né decentramenti: relega e lascia ai margini quanto è cultura autentica, laterale e umana.

Come ogni culto, anche quello del consumo ha i suoi totem, i suoi feticci, le sue immagini: guai, dunque, a diffondere immagini che non siano quel culto. Complice quindi una distribuzione (Italiana) scadente e dalle maglie strette che puntualmente trascura/oscura film di valore perchè ritenuti a torto poco vendibili (quando invece vengono osannati nei festival e cercati poi affannosamente per vie traverse dagli appassionati), in sala si tende a offrire per lo più immagine che sia dogma del consumo: commerciale, trita, volgarotta, replica del modello economico, politico, sociale liberista (per altro in crisi). Il che genera un culto di massa, non cultura.

L’idea che un film sia “a rischio”, ritenuto “difficile” da distributori, esercenti, produttori (che a loro volta, salvo pochi esempi virtuosi, hanno il solo culto del consumo) e perciò penalizzato in sala in Italia, risulta poi smentita dal fatto che lo stesso film in altri paesi “si vende bene” e distribuito ottiene riscontri di pubblico significativi. In tal modo non diventa solo oggetto del culto di nicchia dei soli cinefili, ma parte integrante ed espressione, magari non dominante ma comunque significativa, di una cultura di massa.

L’economia stessa vuole che per il mantenimento in vita e la creazione di mercati nuovi, sia fondamentale produrre un bisogno che prima non c’era o non era stato esaurito. Ma sarebbe un’apertura, un modo laterale, decentrato, di fare economia, che spaventa i cultori di un dogma consueto.

Il cinema, con la forza visionaria che gli è propria, a volte sa anticipare quei bisogni che non sappiamo ancora di avere. Laterale sa portare sullo schermo quanto prima ne era rimasto ai margini. Di più: Laterale ridefinisce i margini, li apre e li rimette in discussione, si interroga su cosa sia davvero un’immagine e trova immagini che non siano replica del culto del consumo, partendo anche da cose minute, essenziali. Ancora Rossellini «Quel che occorre è dunque riprendere i discorsi dall’abecedario. Se vogliamo veramente arrivare a capire le ragioni profonde della crisi che attraversiamo bisogna ricominciare i discorsi dalle cose più elementari». Quelle due o tre che contano più o meno sempre e ci rendono umani. In sostanza, cultura.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*