Delirio #3. ll tempo altro del film

tempo
Frame da "Il posto delle fragole", di I. Bergman

La macchina del tempo del film: istruzioni per l’uso senza consumo. Perchè il tempo del (buon) cinema è Laterale.

L’avvicinarsi di una scadenza genera sempre un po’ di agitazione, complice magari il timore di non essere adeguatamente e in tutto preparato all’evento. E poi c’è il dover prepararsi alla svelta, con l’aggravante che nella fretta si dimentichi qualcosa o che, pur avendo tutto predisposto, ci si trovi poi comunque a dover accettare che parte dei dettagli riguardanti l’appuntamento con quella deadline sia al buio, con quel certo margine di incertezza che i cineasti laterali poi frequentano di proposito volentieri, e di cui si è già detto qui.

Di tempo pare non essercene mai abbastanza quando si tratta di prepararsi, come se ogni scadenza, pur prevista e fissata, fosse lì lì per sferrare un attacco a sorpresa.

E già che un film è di suo fissaggio del tempo, conservazione di un suo scorrere che sfugge (come sapeva bene, tra altri, Tarkovskij) e che può comunque essere riproducibile, rivisto. Col cinema, già è stata in parte inventata la macchina del tempo: registrare l’adesso per mostrarlo domani come traccia di ieri.

Curioso che rivedere il tempo trascorso impresso in un film (a casa, in sala, o altrove), significhi poi una messa tra parentesi di ogni altra cosa, di ogni altro scorrere del tempo in altre attività. Tempo prezioso, dunque, eppure generosamente speso come merce, e per di più rara, di questi tempi, quello che a un film si dedica (altri avrebbero scritto “si consacra”, ma mi sembra un termine fuori tempo massimo). Tanto più che a film finito il più delle volte dirai qualcosa come «Carino, ci ho perso un paio d’ore, ho ingannato il tempo», che è poi la pretesa suprema del cinema come di ogni opera e artefatto: beffare la caducità e le scadenze. Durare.

Comunque, quel che conta è che in quel tempo perso a vedere un film che sia un buon film qualcosa si sia guadagnato. E spesso, paradossalmente, si è guadagnato del tempo non in più e non in meno, ma altro, restituito dal film stesso. Laterale, volendo. Forse è anche un po’ questo che chiediamo al cinema: del tempo altro.

Sfida che il cinema Laterale accoglie più o meno sempre: dare tempi altri rispetto a quello accelerato del consumo che esige prodotti usa e getta da fruire rapidamente per far spazio ad altri prodotti ancora.

Di fronte dunque a un centro economico che modella consumatori rapidi (di film come di ogni altra cosa), e nella convinzione che il tempo non solo sia denaro ma addirittura merce, occorre che i film laterali siano restituzione di un tempo che non sia prodotto industriale ma processo umano. Considerato quindi nel suo scorrere, che è fatto non di sola frenesia, ma anche di pause, rallentamenti, e di nuovo accelerazioni. Tutte costituiscono l’esperienza temporale nel suo complesso:

«C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una situazione fra le più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo.» (Kundera, La Lentezza).

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