Delirio #5. Laterale Way of Fest (1)

Foto di Antonio Capocasale
Foto di Antonio Capocasale

Prima parte di una riflessione sul modo Laterale di essere Festival del film. Promuovere nuovi sguardi e nuovi scambi.

Coerentemente con la proposta di film e sguardi laterali, il Festival cui questo blog fa riferimento si propone in modo a sua volta Laterale. Si opera un salto, uno scavalcamento di campo di strategie e criteri asfittici adottati in altre manifestazioni, che spesso non rendono giustizia al lavoro di ricerca artistica.

Sovente, la sperimentazione più sincera e aperta di un film è scambiata a torto per amatorialità con la sola motivazione (leggi: scusa) della povertà di mezzi economici, mentre, al contrario, i soli mezzi che contano e sanciscono il valore di un’opera filmica, ovvero quelli espressivi,  risultano notevoli.

Dimostrano così inadeguatezza – o peggio, a volte, incompetenza –  giurie di festival che assegnano premi e punteggi secondo questo criterio, magari anche inficiato da motivazioni che nulla hanno a che fare col cinema, che suonano come ridicole e anacronistiche espressioni da Italietta clientelare, ad esempio “Bisogna premiare questo film perché è finanziato da tale istituzione, in quella scena si inquadra il logo dell’associazione X; Ci hanno saputo fare con la promozione; Hanno avuto fortuna…” .

Ad ogni modo non si intende e non interessa, qui, delegittimare altre manifestazioni al fine di conquistare legittimità al proprio progetto: rientrerebbe in un meccanismo di competizione, e per di più scorretta, che non ci appartiene in alcun modo, tanto più che basterebbero da sole qualità e quantità dei lavori pervenuti a mettere a fuoco il valore della proposta.

Ma se giocoforza competizione deve esistere, che sia almeno leale, che conti sulle proprie forze senza dover screditare altri. Proviamo quindi a delineare la lateralità del festival anche al di là dei film proposti.

Ci si propone come puro e semplice laboratorio di scambio, incontro (anche scontro, al limite, se fruttuoso): cultura, dunque, non stagnante e perciò laterale, continuamente in circolo (se ne è detto qui, in opposizione a un culto come qualcosa di dogmatico e rigido), che abbia il gusto e non la paura del nuovo, per quanto problematico, ma che non va confuso con chiuso ed elitario.

Si opera infatti nella convinzione che l’oggetto filmico “bello” realizzato anche e soprattutto passando per vie inconsuete, laterali, cerca comunque la condivisione, e crea legami sociali, producendo comunanza intorno a sé. Quanto più teso a cercare nuove forme facendo a meno di ingenti mezzi economici, quanto più porta il segno della dedizione, della ricerca, dell’impegno di chi lo ha realizzato, tanto più la bellezza di quel dato oggetto avrà valore e capacità di produrre legami e comunanza più forti.

Un Festival di film così inteso funziona un po’ come un laboratorio di tessere ospitali: gli oggetti usati, nell’antichità, dalle persone legate da amicizia al fine di riconoscersi, e prodotti spezzando una terracotta, o un metallo di cui ciascuno dei due individui contraenti il vincolo di ospitalità conservava un frammento. Se, anche a distanza di tempo, le due persone si incontravano, per essere certi di poter riconoscere ognuno nell’altro l’amico, verificavano che i frammenti combaciassero.

Cosa se non un film, magari in sala, per rispecchiarsi, rivedersi, riconoscersi?

Non diversamente, il Festival produce aggregazione attraverso e intorno i suoi frammenti filmici, e rifugge l’esclusione che si accompagna a competizione, industria e mercato, quelli sì, veramente elitari col loro stesso essere esclusivi.

(continua…)

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