Delirio #9. Festival senza selfie.

Curare il Festival prima di tutto: del perché il suo nucleo sono i film e non i “like”. Del perché sono mancati i deliri pubblici mentre la Selezione Laterale si andava formando.

Tra marzo e aprile, il lavoro di selezione dei film si è imposto come prioritario, non ammetteva dilazioni o deroghe. Tutto ciò che non riguardava l’atto di visione dei film, e cioè l’imperativo di apparire su spazi informatici in vari modi, nonché la stessa pubblicazione dei deliri, è stato dunque messo in posizione gregaria rispetto al cuore pulsante del Festival. Alla scrittura di articoli sul blog e social, si è in pratica sostituita un’altra operazione, che è stata a sua volta di scrittura.

Perchè scrivere è un po’ mettere in forma, nero su bianco, chiarirsi le cose, aspirare a fare ordine, dare corpo e anima al nucleo del Festival per poi comunicarli. Ecco perchè, più che una pianificazione, la selezione è scrittura (come è a sua volta scrittura il fare cinema).

D’altra parte, i diktat della popolarità in rete, vorrebbero che il silenzio tenuto on-line (mentre, per contro, privatamente si discuteva, scriveva, nell’elaborazione della selezione) sia una grave mancanza.

Se la visibilità è l’oppio dei popoli e la popolarità quantificabile ne è invece la religione, guai, allora, a non esporsi, guai a non apparire, guai non essere un affare pubblico, guai a non avere un enorme numero di likes e visualizzazioni. Sono le leggi di quel fenomeno definito vetrinizzazione, di cui ha parlato Vanni Codeluppi, e che consiste nell’esigenza di spettacolarizzarsi, di farsi immagine (“Lo spettacolo è il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine”, secondo Guy Debord), quell’esibizionismo informatico che colpisce un po’ tutti, dall’everyman all’intellettuale all’artista al politico e che contribuisce a creare legioni di Morti di fama, di cui hanno scritto Giovanni Arduino e Loredana Lipperini. 

Il fatto è che abbiamo creduto che la valorizzazione del Festival non potesse basarsi in maniera prioritaria sullo spettacolarizzarsi. Tanto più che si ha a che fare con un cinema che in vari modi aspira a configurarsi come messa in opera dell’Invisibile, con autori per cui la dimensione del fare cinema, del vedere con occhio e mano, in un’autonomia che ha la dignità, la tensione e la cura di una dimensione artigianale, è cosa prioritaria rispetto alla costrizione a esporsi, preferendo, all’essere oggetto di spettacolo, essere soggetti a un vedere, al loro modo di scrivere e farsi scrivere dal mezzo cinema.

Ne consegue che lo storytelling intorno al Festival non possa essere il suo momento fondativo, ma solo derivato da una proposta di film, e che il farsi immagine dell’evento sia sostanzialmente subordinato a un fatto reale quale l’esistenza di un determinato tipo di cinema. Laterali alla vetrinizzazione, a like, visualizzazioni, abbiamo creduto che il successo della proposta fosse nella qualità delle risposte, prima che nella quantità.

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