Della distruzione

Ribelli, incendiari, dissacratori: tutti sollevati dall’incarico. Perchè?

1.Un passaggio di mandati

Pochi giorni fa, il ministro dell’Istruzione ha affermato che i musei a due euro per i ragazzi fino a venticinque anni sono un “insegnamento” a essere “consumatori di cultura”. Sì, ha detto proprio “consumatori” e “insegnamento”. Una didattica del consumo, a chiare lettere. 

Diversi anni fa, invece, un ministro dell’Economia, di un altro governo, in diretta in un salotto televisivo, rispondeva polemicamente a un giornalista che gli rimproverava i tagli al comparto culturale con queste parole: “Ma lei ha mai provato a farsi un panino con la Divina Commedia?” E sì, anche lui ha detto proprio così, e la trasmissione non era di stand-up comedians. Per lo meno non voleva esserlo.

Altri governi, in mezzo, inventavano notti dei musei, cinema a due euro e simili. Malgrado i buoni numeri di quelle singole occasioni, che attestavano affluenza di quelli che si potevano forse chiamare “visitatori” e “spettatori” e “pubblico”, e che in realtà si chiamano soltanto consumatori, puntualmente, poi, i medesimi luoghi in realtà non appartenevano granché all’esperienza quotidiana della persona. Pardon: del consumatore. E che tali luoghi non appartengano più granché all’esperienza quotidiana non è poi una novità assoluta, perciò non c’è alcunché di cui indignarsi in questo.

Semmai, è abbastanza nuovo il fatto che gli oggetti che quei luoghi ospitano non appartengono più all’esperienza. Il che è paradossale, dal momento che quegli oggetti sarebbero oggetti sociali, ovvero presumono di rivolgersi a qualcuno, e quando pure non siano (o non li si consideri) una merce e come tali messi su mercato, attivano comunque uno scambio tra soggetti, anche se quello scambio non è certificato da una transazione economica.

Un tale meccanismo replica, in una società democratica e partecipata (in teoria), quello della diffusione e circuitazione dell’oggetto artistico in epoche non esattamente democratiche né partecipate: somiglia un po’ a quando un quadro se lo teneva un principe in casa sua.

Curiosamente, mentre si inventavano iniziative del tipo cinemadueuro, continuava sostanzialmente invariata la politica dei tagli perché “con la cultura non si mangia”. O magari qualcuno aveva provato a spararsi un hamburger stavolta con le Operette Morali o I Malavoglia, e deluso e disgustato aveva constatato che, malgrado le sue fibre vegetali, la carta non aveva il sapore di una foglia di lattuga, indipendentemente dal quantitativo di ketchup spalmato sull’Islandese che dialoga con la Natura o sulla barca di Padron ‘Ntoni in balia delle onde di Aci Trezza.

Frattanto che si faceva vuoto dei fatti culturali come fatti pubblici, reali, sentiti, più o meno partecipati, e che non fossero riducibili a mera scolarizzazione cattedratica o demagogica, si diffondevano felicemente nuovi modelli culturali ampiamente condivisi, per lo più afferenti alla sfera di talent e reality show. Il panino condito con tette e culi non solo prometteva di riuscire di gran lunga più consumabile e più remunerativo, ma – ed è qui il problema vero, non tanto nelle tette e culi in sé – sembrava essere l’unico.

Ma la faccenda più agghiacciante è un’altra ancora: le politiche sciagurate che negli ultimi trent’anni hanno affossato la partecipazione culturale hanno agito in senso incendiario. Si sono cioè appropriate delle strategie sovversive, di temi e stilemi scioccanti o irriverenti che erano stati precedentemente appannaggio della migliore “arte ribelle” e “di rottura”.

Perché le avanguardie si sono dissanguate a sognare e realizzare gesti distruttivi nei confronti dell’arte auratica, dei codici, dei simboli culturali e iconici condivisi dello status quo.

M. Duchamp, L.H.O.O.Q. Centro G. Pompidou, Parigi.

Ma né Duchamp che disegnava i baffi sulla Gioconda – e spiegava il motivo del suo enigmatico (iconico) sorriso conla sigla L.H.O.O.Q. (lettere che pronunciate in francese suonano come Elle a chaud au cul, “Ella ha caldo al culo”) – e né i futuristi che dichiaravano “morto il Chiaro di Luna” per affermare la bellezza elettrica della velocità avrebbero mai potuto immaginare che in futuro (oggi) la dissacrazione dei simboli della cultura dominante, sarebbe diventata un’arma proprio nelle mani della società costituita che avversavano.

È un passaggio di mandati, quasi: il gesto distruttivo nei riguardi di oggetti culturali è stato fagocitato, digerito e reso innocuo proprio da chi prima si cercava di combattere.

E non solo: i motivi di quell’arte che si voleva incendiaria (i soliti da sempre: sesso, violenza, religione), sono diventati gli ingredienti che il prodotto mainstream usa sistematicamente per rendere appetibili i propri panini. Pardon: i propri prodotti culturali da destinare al consumo. Basta guardare alcune serie tv, che sembrano competere per chi più dell’altra sa fidelizzare il consumatore aggiungendo sempre più in materie torbide o trasgressive.

E così, l’irriverente, l’incendiario, si fa oggetto di consumo. E si consuma con più voracità una cosa quanto più appare innovativa, maggiormente scioccante rispetto alla precedente, inanellata in un’accattivante ridda di plot twists. Tutto alimenta una febbre del narrativo concepito sempre e solo come aristotelica concatenazione di azioni. Una febbre che è perfettamente funzionale al consumo. Si istituzionalizza così, l’infrangimento della regola, del tabù, dell’aura. I baffi sulle gioconde oggi si producono in serie e su scala industriale. Sono l’ingrediente che gratifica il consumatore.

E neppure questa è una faccenda nuova. Se infatti dalle pubblicità delle auto a quelle dei biscotti gli slogan recitano da tempo  “Qualche volta devi infrangere le regole”, o “Goditi il piacere senza il peccato”, cosa resta di autenticamente incendiario, dal momento che il gusto per la trasgressione si è riversato completamente nel mercato?

È un po’ quello che, già nei primi anni ’90, si chiedeva David Foster Wallace in un suo saggio: “Se l’anarchia vince davvero, se la mancanza di regole diventa la regola, allora la protesta e il cambiamento non sono solo impossibili, ma impensabili. Sarebbe come barrare sulla scheda il nome di Stalin: stai votando a favore della fine di tutte le elezioni”.

2.Manuale distruzioni

Sempre negli anni ’90 era uscito un film, splendido, geniale, irritante, con una carica profanatoria che solo chi ha un forte senso del sacro può esercitare (e che un dissacratore che ne sia sprovvisto non può esercitare in maniera altrettanto efficace). Il film fece scandalo, e fu stracensurato. Oggi quel film, la sua fotografia in bianco e nero e filtro degradé di una Palermo laceratissima dove si compiono gli ultimi atti dell’apocalisse in corso, e dove poco di sacro e di umano è rimasto, torna restaurato in 4k. Uno degli autori di quel film afferma oggi: “La società è cambiata, in peggio, e internet ha travolto ogni cosa. Allora si parlava di comune senso del pudore, mentre oggi si può assistere alla morte in diretta (che è pura pornografia). In una realtà sociale sensazionalistica come quella odierna, che è l’apoteosi del pettegolezzo, forse oggi un film del genere non smuoverebbe nulla. Noi comunque puntavamo ad altro…”

Fotogramma dal film “Totò che visse due volte” (1998), diretto da D. Ciprì e F. Maresco.

Ecco, se oggi si può assistere alla morte in diretta, la sola espressione “comune senso del pudore” suona anacronistica. Non c’è da rimpiangere un tempo andato (che un bel tempo, a dirla tutta, non era affatto) in cui qualcosa come il senso del pudore e più in generale il tabù sussistevano. Anche perché, con gesto incendiario, occorreva far vacillare l’ipocrisia che caratterizzava il rispetto del tabù, decostruire valori ormai astratti e alienati.

Semmai, non esiste più adesso qualcosa che si possa chiamare “comune senso”, un sentire che abbiamo in comune, o comunque si trova sempre più difficilmente. Sia per la perdita del senso, sia per la perdita del “comune” o comunitario. Sia forse per la perdita della pura – comune – “comunicabilità”.

Ma mancando un sistema valoriale condiviso, perché affondato non dall’arte incendiaria che in quello aveva il nemico da abbattere ma dalle istituzioni (industriali, politiche, economiche), come e su cosa potrebbe fondarsi oggi un’arte incendiaria?

Prendendo atto del fatto che il carattere incendiario è stato assorbito dalla corrente mainstream, e che gli effetti delle politiche in materia di cultura si sostanziano come distruttivi a loro volta, non occorrerebbe procedere a una distruzione di questa distruzione?

Questo se si mantiene una certa fiducia nel valore emancipativo della pratica incendiaria, critica, dell’operazione culturale e artistica. C’è, in proposito, ne La montagna incantata di Thomas Mann una frase molto bella (che tra l’altro Tarkovskij cita nel suo Scolpire il tempo), la dice un colto ed eccentrico italiano, carducciano amante del progresso positivista, rivolgendosi al protagonista, che è invece un ingegnere navale. “Lei, ingegnere, non ha nulla contro la cattiveria, spero.  Io ritengo che essa sia la più brillante arma della ragione contro le potenze delle tenebre e della bruttezza. La cattiveria, caro signore, è lo spirito della critica, e la critica è l’origine del progresso e della cultura.” In questo senso, lo spirito incendiario come spirito critico nei riguardi dello status quo avrebbe un carattere salutare e propulsivo.

Bisognerà però chiedersi a cosa possa essere finalizzata la distruzione della distruzione. Perché se il suo scopo è il distruttivo in sé, non si vede come possa essere altro dai prodotti istituzionalizzati che hanno fatto proprio il carattere incendiario, in questo fornendo un servigio allo status quo che pure dovrebbe combattere. Ma a cosa è informata, se il modello culturale imperante di cui inevitabilmente si nutre è il panino con tette e culi o gesti un tempo distruttivi e ora ampiamente digeriti di cui sopra? Come e verso chi si esercita, quindi, con quali strategie, dal momento che le sue strategie sono state assimilate?

Quello che poi risulta oltremodo inquietante è che i partiti di provenienza di ciascuno dei governi di cui si è detto in apertura di questo intervento, e compresi i partiti attualmente al potere, prima di insediarsi, non hanno fatto altro che usare un lessico, un immaginario e una narrazione sempre improntate a una idea di “distruzione”, dai tratti anche incendiari. Ci furono i “vaffanculo” in piazza, o i proclami del tipo “Apriremo il parlamento come una scatoletta”, o “Questa riforma costituzionale farà saltare le poltrone”, ci furono “le ruspe”, ecc.

E la cosa incredibile ma vera è che la forza politica che più risolutamente proclamava “di fare piazza pulita” e “mandarli tutti a casa” ha finito per mettere il proprio programma di governo e la propria strategia incendiaria a prono servizio del partito più intollerante, più xenofobo, più conservativo dell’immunitas identitaria della recente storia politica.

Esisteranno delle vie di fuga laterali da un carattere distruttivo divenuto ormai centrale e accentratore?

Forse qualche istruzione in merito, a ben vedere, si può recuperare, qua e là. Una sorta di manuale distruzioni (senza apostrofo). Creative, in effetti.

Lucio Fontana fotografato da Ugo Mulas

Quando Lucio Fontana bucava o tagliava la tela, per esempio, mirava, come da titolo, a un “Concetto spaziale”. L’apertura praticata consente allo spazio e alla luce di emergere dalla superficie, di passare per il foro. “Io buco; passa l’infinito di lì, passa la luce, non c’è bisogno di dipingere […] invece tutti hanno pensato che io volessi distruggere: ma non è vero, io ho costruito, non distrutto.”

Ci sarebbe anche un’altra cosa, più fiabesca, più naif e semplice. E forse utile, a questo proposito. È una storia zen che riporta Jodorowsky in un suo libro. “Un alunno mostra al maestro una poesia che recita così: ‘Una farfalla/le strappo le ali/e guarda: un peperoncino!’ Ma la risposta del maestro non si fece attendere: ‘No, no, non è così, permettimi che corregga il tuo haiku: Un peperoncino/gli metto le ali/ e guarda, una farfalla!”

3.Nimrod

Pure, lo spirito critico di cui parlava Thomas Mann non risponde forse a uno stesso anelito progressivo e creativo, che è poi l’anelito dell’umana inquietudine a superarsi, a progredire, a chiedersi del nuovo?

A. Kiefer, I Sette Palazzi Celesti, HangarBicocca, Milano.

Ne parla anche un’opera più recente. All’HangarBicocca di Milano, dal 2005, sono esposti I Sette Palazzi Celesti, dell’artista Anselm Kiefer. Si tratta di una installazione site-specific, che è pensata e fatta per restare in quello spazio espositivo. Pur essendo una permanente, e pur essendo le sette imponenti torri di circa venti metri di cui è composta l’opera costruite in cemento armato e piombo, la loro apparenza non è quella degli oggetti che si mantengono durevoli e inalterati nel tempo. Hanno anzi l’aspetto di rovine sghembe, e i componenti in cemento sono impilati secondo un equilibrio evidentemente precario. È come se il tempo le avesse già agite. Sono rovine in corso d’opera, il cui crollo definitivo non avverrà mai. È un’opera che pare sempre sul punto di collassare rovinosamente su se stessa, eppure, quel processo, non si arresterà mai in una definitiva caduta.

I trentasei elementi che le compongono, poi, sono tutt’altro che compatti: i blocchi sono cavi al centro, e tra loro sono stati disposti centoquaranta libri e novanta cunei che li rendono ulteriormente instabili.

Le torri si ispirano alla mistica ebraica, e, nelle intenzioni di Kiefer, evocherebbero la perpetua, biblica prima, faustiana poi, e in definitiva umana ansia di elevarsi, la “volontà di potenza” in costante e mai compiuta caduta proprio quando pare al contrario più tesa all’elevazione. Anche, come fu a Babele, a prezzo di sfidare il divino.

Paradossalmente, o solo in apparenza paradossalmente, Kiefer auspica il compimento definitivo del suo lavoro, quella parte del lavoro che non può controllare direttamente: il crollo in cui si manifesti il carattere autodistruttivo, vano e sublime al contempo di quello sforzo umano sia esso concretato nell’opera d’arte o nella generale propensione umanofaustiana a sfidarsi-elevarsi. E forse, a restare perpetua caduta sempre in procinto di compiersi.

Pochi anni prima del 2005, però, un paio di torri davvero erano crollate. E quasi subito gli schermi del mondo ne avevano mandato in loop le immagini. Più di qualcuno ha detto che, forse, la vera arma di quel crollo, più dell’aeroplano, fu l’immagine. E le foto con le torture di Abu Ghraib e i video delle esecuzioni di Daesh ce lo hanno ricordato.

Le immagini ci certificano di esistere in una sorta di snuff movie di massa, chiuse nel loop di torri che non smettono di crollare, per tutta la postmodernità, fin dalla modernità. “Falling Towers/Jerusalem Athens Alexandria/Vienna London/Unreal”, scriveva T.S. Eliot dando alle stampe (1922) dopo la prima guerra mondiale The Waste Land, precedendo di poco La montagna incantata di Mann (1924), che è ambientato prima del conflitto. C’è davvero da essere ancora incendiari quando tutti lo sono, o da essere pompieri (ma per difendere cosa?), o da farsi incendiari degli incendiari?

4.Sperimentare l’uscita

Bisogna provarsi a tracciare, in qualche modo, per balbettante che sia, per incerto che sia, delle vie di fuga. E se, come diceva Wallace e per le ragioni esposte in questo delirio, la protesta è al momento impensabile, occorre misurarsi con l’inatteso, andare al fondo dell’impensato forse in ogni pratica artistica. E, almeno da Grifi in poi, si sa che in arte ogni verifica è incerta. Se non finito, non levigato, non riconciliato, un oggetto artistico dà da pensare ai suoi fruitori, li interroga, quasi li rende partecipi del processo creativo, e magari permette lo sviluppo di qualcosa come un “sentire in comune”, se non un “senso comune” o comunitario. Oppure, è auspicabile che rimetta in circolo la comunicabilità.

E, sempre a proposito dell’impensato, del non previsto, persino le scienze dure hanno tratto linfa per i loro esperimenti da eventi e interventi del tutto accidentali. Quando Fermi e gli altri ragazzi di via Panisperna sparavano neutroni contro atomi, al fine di evitare che disperdessero troppo rapidamente potenziale energetico e traiettoria, si trovarono nella necessità di frapporre un mezzo che ne rallentasse la corsa.

Ma quale? Occorreva sperimentare, provarne diversi. Fu per caso che, dopo aver trafficato con diverse sostanze in laboratorio da mettere tra la pistola a neutroni e gli atomi da colpire, Fermi scelse un comunissimo pezzo di paraffina. Senza pensarci troppo, senza pianificare, senza calcolare poi molto l’attrito del materiale, solo intuendone la viscosità.

E riuscì.

Del resto, ogni osservazione in laboratorio è approssimativa, o, a seconda di quanto siamo generosi, possiede un valore più possibile prossimo alla verità in quel dato momento. E l’osservazione stessa è un male necessario, se nel verificare le condizioni di un fenomeno finisce con l’alterarlo comunque: che è un po’ quello che succede nel paradosso del gatto di Schroedinger, e, prima ancora, è il portato dell’idea di Heisenberg secondo la quale non è possibile determinare con esattezza, nello stesso momento, due variabili. Difficile accettare l’intervento del caso. Difficile scommetterci. Persino Einstein, che di fatto con la relatività aveva messo in crisi l’unicità-oggettività ovunque e sempre costante di un fenomeno comunque lo si osservi, si trovava a dire “Mi è difficile credere che Dio, se c’è, giochi a dadi”. E Bohr gli rispondeva, più sottilmente: “Albert, smetti di voler dire a Dio cosa deve o non deve fare coi suoi dadi”. Accettare l’imponderabile, misurarsi col non pensabile. O pensare cose (non ancora) visibili.

C’è un appunto privato di Baudelaire, in cui dice di avere sognato proprio il crollo di una immensa torre. Anche lui. Non riusciva a parlarne a tanti, malgrado il suo controllo perfetto della poesia. Magari lo diceva a pochissime persone vicine che stimava particolarmente intuitive. Annotava che la torre del cui crollo aveva partecipato era una sorta di labirinto di cui non trovava la via di fuga. Era tutto un viavai di gente, e alcuni precipitavano o si gettavano dalla torre…

B. Viola, Martyrs

 5.E il fuoco?

Vie di fuga difficili a trovarsi, e vie di fuoco dal crollo. Aprire fenditure e buchi nella tela (o nella Torre) affinché passi la luce.

Gesti più radicali e più sottili, quindi, che non si arrestino alla distruzione come fine ultimo. E se la politica distruttiva non cessa di mettersi in immagini, non cessa di occuparne il centro, occorre cercare, forse, una lateralità dell’immagine. (Dubitare dell’inquadratura, per esempio, esporla al suo incerto verificarsi, mentre cerca l’Orsa Minore, il buio e la luna tra il passaggio di due treni, o i fantasmi e le loro non-azioni in un ex-ospedale psichiatrico.)

Evadere dal crollare delle torri. “Il carattere distruttivo conosce solo una parola d’ordine: creare spazio; una sola attività: far pulizia. Il suo bisogno di aria fresca e di uno spazio libero è più forte di ogni odio. Anche lì dove altri vanno a sbattere contro muri o montagne, lui intravede la sua via d’uscita. Tuttavia, proprio perché scorge ovunque una via d’uscita, deve anche sgomberarsi ovunque la strada. Non sempre con la forza bruta, talora anche con raffinatezza. E poiché scorge vie d’uscita ovunque, si trova sempre a un bivio: nessun attimo può sapere che cosa porterà il successivo. Riduce l’esistente in macerie non per amor delle macerie ma della via d’uscita che le attraversa.” (Walter Benjamin). Bisogna, confidando nell’inatteso e nell’impensabile, tentare l’esperimento, e fare che non si istituzionalizzi mai, ma crei.

 

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