Differenze che (si) tengono insieme

La ridente affermazione di una differenza: a posteriori, sulla Terza Edizione del Laterale Film Festival. E all’apertura del bando della Quarta.

La terza edizione del Laterale Film Festival, nella dedica a chi fa e cerca film esuli, ha inquadrato – anche per le edizioni passate e quelle a venire – il cinema che ama scoprire e chi ama scoprirlo. E ha tenuti insieme questi due, nello stesso campo lungo di una sala, per un frame di tre giorni.

C’erano i film e c’era la gente. Tre serate con altrettanti titoli-bussola che ciascuno spettatore potesse poi liberamente interpretare/usare per costruire le proprie associazioni tra un film e l’altro, per pensare cinematograficamente. C’erano i discorsi dei film, degli autori presenti, dei pubblici in sala e anche fuori, all’entrata del cinema, c’erano i discorsi fatti prima che erano quelli della critica (il tempo impresso; lo specchio scuro). C’erano gli entusiasmi di chi su altri fronti persegue obiettivi simili a quelli del Laterale, costruisce e inventa spazi di circolazione culturale, di aggregazione sociale, di pensiero critico, di…

Tenere insieme è confermare e allargare, dopo tre anni, una comunità, che paradossalmente si aggrega intorno a un cinema esule ma non solitario, e costantemente alla ricerca di forme, non irrigidito in un canone né tantomeno in un genere o in un formato o in una tecnica. E, ancor più sorprendente, un cinema fatto di film spesso individuali, pensati spesso come diari intimi ma per nulla solipsistici, e al contrario estroversi ogni qual volta aprono il proprio occhio di macchina al mondo e incontrano quelli degli spettatori.

Un po’ nell’attitudine di un Mekas, che figurava nella locandina del primo Laterale, a caccia di cinema tra i fiori, e poi con le proprie parole come didascalia in testa alla prima serata di proiezioni delle terza edizione, tenutasi nell’anno della sua scomparsa.

Amare, fare, cercare, vedere film esuli è la ridente affermazione di una differenza. Che è tanto più preziosa in uno scenario mediale dove il cinema, con la sua intensità e specificità, sembra smarrirsi nel generico e indifferenziato territorio dei non meglio specificati audiovisivi. E dove, a livello politico, torna in auge il più vecchio adagio per cui la differenza da un sé è il carattere che identifica il nemico.

Ma questa affermazione di una differenza (che è innanzitutto una differenza estetica, che da tre anni in qua pensiamo attraverso i film stessi e le persone che li fanno e quelle che li vedono), fa i conti invece con il proprio opposto. Una sostanziale indifferenza tra due tipologie di fruizione legate ad altrettanti oggetti, audiovisivi e film, invece tra loro differenti. “Differenti” a livello linguistico e di formato, non di un maggiore o minore valore estetico, che qui non interessa discutere.

Se guardo “qualcosa” che non è cinema, ma è immagini in movimento, cioè genericamente audiovisivo (serie, videoclip, ecc.) da uno schermo domestico o portatile, la visione coinvolge per forza di cose un numero piuttosto ristretto di individui fisicamente presenti. Tanti quanti possono materialmente stare nella stanza di una casa davanti a uno schermo di proporzioni ridotte (un computer), ridottissime (telefono), o appena più generose (la parete o il telo di un videoproiettore casalingo).

Per contro, è comunque molto vasto il numero di persone che fruiscono di quei prodotti anche avendo solo relazioni virtuali tra loro: communities, insomma, intorno a un fenomeno di massa. Luogo di aggregazione: il social, i forum o altro. Ci si scambia lì ogni genere di speculazione, opinione, gusto più o meno argomentato, gradimento o delusioni del prodotto visto. E “come andrà a finire?”. E “non spoilerare”, ecc. ecc. E “la sceneggiatura non è coerente/è deludente”.

E insomma, tutto ciò che, nell’alimentare aspettative, pareri, critiche, contribuisce a tener viva una community.

Se poi guardo qualcosa che invece è cinema, ma la guardo dai medesimi dispositivi, e cioè da schermi più o meno piccoli, e più o meno portatili, le dinamiche di fruizione non sono in fondo diverse. Ovviamente, ci si riferisce qui al cinema che non passa in sala, che poi è spesso quello che più interessa (chi fa e cerca film esuli), se non in molti casi anche il migliore. Fruizione comunque in solitaria, comunque domestica, comunque portatile. Comunque internettara la community che intorno a quei film si costituisce. Ci si scopre affini, con sorpresa, con una certa allegria. Si inizia a parlottare (chat), magari ci si incontra di persona, anche. Si fa, insomma, community.

Certo, guai se quella fruizione internettara non ci fosse: come si potrebbero vedere film esiliati dalle sale, altrimenti?

Questo stato di cose farebbe pensare, di nuovo, alla cosiddetta democrazia del web. Che concede, cioè, spazio tanto al prodotto mainstream quanto a quello underground. E ai fruitori dell’uno come dell’altro egualmente gli strumenti per diventare comunità.

Insomma, a parte gli oggetti, non vi sono differenze sostanziali tra le modalità di fruizione dei cinefili puri e duri da computer e quelli delle serie. C’è l’indifferenza, quindi, anche del democratico dispositivo, rispetto agli oggetti di fruizione, e resta il fatto che entrambe sono fruizioni che si esercitano nel solipsismo. Nulla contro la visione in religiosa concentrazione dell’uno o dell’altro, del mainstream e dell’underground. Resta il fatto che, anche se molto spesso il fruitore dell’uno è lo stesso che fruisce dell’altro, comunque i due comparti si concepiscono, al loro interno, come piccole sette, chiuse in un culto, tra simili resi tali dal fatto di adorare gli stessi dei.

Ora, il problema è che una setta non è mai realmente una comunità: una setta è gelosa del proprio culto e lo pratica nel segreto. L’esposizione pubblica è virtuale. O snobisticamente, asceticamente: guardare il cinema che non passa in sala da soli “perché il resto del pubblico è stupido e non lo si può educare”.

La differenza che Laterale ha provato, in tre edizioni, a coltivare, consiste nel fatto che esule non è solo. E che non esiste un solo pubblico.

Esule non è chiuso in camera, non è su internet, e non per la retorica difesa di una sala che nessuno crede più come luogo di aggregazione o di passaggio di (buon) cinema. Perché, si sa, per fortuna il cinema ha avuto modo di andarsene ovunque, in ogni schermo o contesto, anche costruendo le proprie forme attingendo ad altri formati e linguaggi (la videoarte, per esempio).

E ciò è meraviglioso. Il problema, semmai, è che in quell’ovunque spesso si fatica a distinguerlo, a percepirne la differenza dall’audiovisivo.

Da questo punto di vista, la sala, per i nostri tre anni di vita, è stato il luogo della coltivazione di una differenza sociale e di una differenza estetica.

Differenza sociale nel senso che coltiva l’eterogeneità di pubblici – e già il plurale, qui, che sempre abbiamo usato in questi anni, parla chiaro – e autori. Pubblici che nulla sanno di cosa andranno a vedere, pubblici che hanno invece aspettative, e gli uni e gli altri che si incontrano, che incontrano autori. Pubblici fatti di spettatori dissimili, con poco o nulla in comune. Ma che hanno in comune il proprio differire gli uni dagli altri, diversamente dalle sette. E nessuno somiglia all’altro. Che diventano occasione di scambio, condivisione: produzione di pensiero critico, e di passione, riconoscimento di una comune fame di altro cinema tra assoluti estranei, tra assoluti eterogenei.

Differenza estetica perché, se è vero che ovunque, nell’indifferenziato magma audiovisivo si danno immagini, è solo al cinema che si danno inquadrature.

Perché è solo in un film che le immagini sono organizzate in una forma temporale: nel pianosequenza o al montaggio si susseguono, si relazionano le une alle altre. Come se si sapessero incompiute, come se avessero bisogno di altre immagini per farsi spiegarsi, scivolare le une sulle altre. Come in ogni legame sociale, o affettivo.

L’immagine che non è inquadratura, invece, non è temporale, al massimo puntuale: lo è l’immagine dell’informazione, lo è l’immagine della pubblicità. Chiusa, quindi, nell’istante: deve darsi efficacemente e brevemente, come ogni oggetto di consumo, e non ammette relazioni come non ammette alterità. Solo il proprio monoteistico culto officiato dalla community di turno.

Quando non resta che l’orizzonte sociale, quando il mondo è scomparso, ci si trova imprigionati nella mediocrità del villaggio globale e anche se questo villaggio è ultracomunicante, resta pur sempre un villaggio. E un villaggio non ha bisogno di critica, ha bisogno di imbonitori, di ultras, di guardie campestri, di televisione. (Daney, 1991)

Ora che la televisione è piuttosto superata e il villaggio globale è democraticamente espanso a mezzo web ed è ancora più ultracomunicante, ora che più che l’orizzonte sociale ha un orizzonte social, ora sono aumentati gli imbonitori, gli ultras, i piazzisti di turno, le guardie campestri del web. Insomma tutto quanto respinge l’alterità, la differenza, poiché non ha bisogno di critica, e così non ha bisogno di pensare altrimenti, di pensare un altro cinema. O di pensare il cinema come continuamente altro e mai medesimo. Non ha bisogno di pensare l’esule.

Per la quarta edizione, Laterale vuole continuare a pensare l’esule. Vuol continuare a guardare altrove il cinema, dove meno ce lo si aspetta e portarlo all’eterogeneità di una sala. Guardarlo altrove e con assoluto amore, per poi saperlo vedere ovunque come con amore assoluto si cerca o si crede fermamente di federe il volto della persona amata pur non presente. Nei luoghi più inattesi, nelle acque più profonde.

Laterale alla sua Quarta edizione cerca ciò che sorprende la nostra idea di cinema, o quella degli altri. Laterale, all’apertura della Call per l’edizione 2020, sa solo che l’inquadratura cerca l’alterità che tiene insieme l’eterogeneo. L’inquadratura, se guarda altrove, è esule per sua natura, e tanto più lo è se si fa guardare altrove, se si fa contaminare/guardare da più eterogenei occhi di più eterogenei pubblici.

Perciò, levare l’àncora ancòra, per una quarta edizione. Per trovare la differenza. Il bando è aperto, e lo trovate qui.

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