Trasparente, evidente, dunque invisibile

Poco manca alla chiusura della Call della quarta edizione del Laterale Film Festival (31 Marzo 2020), e si farà poi la collezione di tante nuove Macchine per esplorare l’invisibile. Quale?

A proposito di invisibilità, questo spazio virtuale e altri connessi al Festival sono rimasti relativamente taciturni, mentre dietro le quinte continuava – e continuerà ancora, almeno fino all’8-9-10 giugno 2020 – un lavorìo invisibile a propria volta, che si fa per rendere visibili i film di questa quarta edizione.

Frattanto, ed è cosa recente, il quotidiano italiano, europeo e d’altri continenti conosce la notte – deserto e distanza, isolamento, relegazione – della pandemia. Smarrimento, paura hanno fatto seguito al panico irrazionale e all’altrettanto irrazionale minimizzazione della minaccia (“è solo un’influenza”). Il nemico è invisibile a propria volta, di per sé, mentre oltremodo tangibili, tragicamente quantificabili e quantificati ne sono gli effetti. Di per sé, quindi, visibilissimi. E la terapia preventiva che conduciamo è quanto di più alieno e inorganico alla natura del corpo che viviamo, al sistema (valoriale, economico, industriale, culturale, sociale) del quale si è cellule: Fermarsi. Semplicemente questo, in tutto e per tutto. Una terapia d’urto, fastidiosa a chi non c’era affatto abituato, come questo corpo che fonda l’intero suo stato di salute sulla produzione continua senza riposo. Pure, anche in prognosi riservata, si scopre che si respira, perché ci si è fermati a pensarlo, si scopre, come essenziale, il respiro. Si scopre cosa ci sia vitale, cosa superfluo. Cosa, di essenziale, taccia nascosto e chi e cosa strepiti per non farsi ascrivere alla cerchia del superfluo…

Un Festival, da solo, si sente una cosa piccola in tutta questa storia, e respira, e continua a farlo. Fa il suo lavorìo invisibile, pur sapendosi contagiato e partecipe dello smarrimento notturno, della paura del corpo di cui è parte. E che non può ignorare, perché questo corpo è fatto di cellule che sono persone. E non ha fatto che questo: presupporre la propria stessa fattibilità perché c’erano delle persone, dietro e davanti a ogni film (le macchine per pensare l’invisibile, qualcuno le inventa e qualcuno le guarda). Film che si danno a vedere, ora, in fase di lavorìo invisibile che sfocia nella Selezione Laterale 2020, nel loro chieder di più al visibile.

Nell’imminenza della chiusura del bando, ciò che emerge dalle macchine per esplorare l’invisibile che si vedono per farne selezione, ha a che fare, tra l’altro, anche con qualcosa del genere. Ed è una cosa ben nascosta, forse, anche perché il senso comune la considera assolutamente evidente, nota, guadagnata come certa ai nostri automatismi cognitivi e percettivi. Sotto gli occhi di tutti. Più qualcosa è chiaro e disponibile alla visione, meno lo sguardo si attarderà a indagarlo.

La lettera rubata, nell’omonimo racconto di E. A. Poe, del resto, era introvabile proprio perché cercata negli anditi più nascosti, nei penetrali più impensabili di una stanza, e insomma proprio perché la si pensava nascosta, quando invece non lo era affatto. Così, guardando una carta geografica, solitamente, il nome (di nazione, continente, catena montuosa, ecc.) più difficile da vedersi è quello scritto più in grande, più esteso, con le spaziature più ampie tra un carattere e l’altro, i cui tratti occupano porzioni talmente vaste del disegno che lo sguardo non riesce facilmente a localizzarli.

Qual è questa cosa tanto evidente da risultare invisibile che sotto traccia alimenta le macchine per esplorare l’invisibile dell’edizione che verrà, come di quelle che sono state? Potrebbe trattarsi dell’idea evidente, e pertanto dimenticata, secondo la quale: non perché una cosa sia visibile, allora è; e quindi non perché qualcosa non sia visibile, allora non è.

Il che non è poco, se essere, oggi, significa anzitutto e in ultima istanza essere un’immagine, e il più possibile pubblica. Uno dei fondamenti che rende possibile non solo la vita sociale ma la vita in senso stretto social è l’esser ampiamente (socialmente) visibili. Il che non è un fatto nuovo, certamente, e neppure di per sé automaticamente “condannabile”, e non necessariamente e in via esclusiva di segno “negativo”. Ciò che è nuovo, semmai, è il prezzo da pagare per la socialità social: la crescente, sistematica, rimozione dell’invisibile dalla sfera non solo dell’esistente, ma anche del possibile. Corollario: “è tutto , disponibile su schermo, non c’è informazione cui non possa accedere, non c’è altro”. Perché di tutto può (ma anche: deve) darsi immagine, perché possa considerarsi “vivo”.

E, ora, un nemico invisibile impone di considerare diversamente l’esistente.

È proprio con quell’alterità irriducibile alla pura informazione che uno sguardo Laterale sa misurarsi. È forse a questo livello che si delinea un possibile mandato per le immagini in movimento e i suoni di questo cinema e delle sue smarginature in altri territori, e tutto ciò che da quattro anni a questa parte il Festival ha abbracciato. È, forse, una possibile ulteriore definizione delle specificità estetiche di quanto si è sin qui cercato e continuerà a cercarsi, ciò che fa la differenza dello sguardo laterale dall’indifferenziato scenario mediale delle immagini in movimento. Se tutto è immagine, e per essere deve essere in prima e in ultima istanza tale, in cosa un film (o altro) Laterale sarà diversificato, tanto più che le condizioni materiali di fruizione e i dispositivi attraverso i quali accedo a più audiovisivi (videoarte videoclip notiziario la scena di un film o breve video puntualmente intitolato “Incredibile! Clicca qui per vedere cosa succede”), essendo i medesimi, favoriscono l’indistinzione? Come accade per ciò che veramente merita le nostre interrogazioni, non vi sono risposte già date, già elaborate a priori. Diciamo, piuttosto, che la domanda è sentita come viva e urgente da tanti dei lavori finora pervenuti, che sta al fondo del gesto e al cuore dello sguardo di più autori. La risposta è da elaborarsi a posteriori, dalle visioni e dagli ascolti, insiste tra i film, tra i possibili legami tra gli uni e gli altri. Una cosa, però, appare sin da ora piuttosto evidente e pertanto ben nascosta.

Che uno sguardo laterale, in tempi di infodemia, di visibilità assurta a oppio e religione al contempo, ostinatamente professa la propria fiducia nella possibilità di sentire con o senza macchina da presa, fotocamera, reflex, telefono, tele/videocamera (e l’eterogeneità dei dispositivi conferma che lo sguardo laterale non è riducibile alle sue condizioni materiali e tecniche di effettuazione) o altro –, tutto ciò che eccede le pur sofisticate tecnologie, le coperture mediatiche massive e capillari, tutto ciò che ne perturba e ne sfida il funzionamento. Che è fiducia nelle cose non misurabili, che non sono Big Data e non sono numeri, sensazione che non tutto il visibile o l’esistente “sia” solo in quanto digitale o digitabile.

Che si può vedere una cosa invisibile solo nei suoi effetti, solo nel suo reagire con altri corpi, talvolta, e non in sé.

Sguardo Laterale significa una cieca fiducia nei punti ciechi delle proprie retine, e nelle soglie al di sopra o al di sotto delle quali non si odono suoni. Un Festival non è altro che l’esplorazione di quella fiducia, dell’intuizione della materia oscura, di ciò che brulica non nelle cose ma negli interstizi tra una cosa e l’altra e passa inosservato, della fascinazione per quel qualcosa che proprio in quanto assolutamente trasparente non è perciò evidente, della consapevolezza che solo al cinema si sono potute dire viventi anche materie inorganiche, e che in un film anche un filo d’erba assolutamente immobile pare volerci dire qualcosa, il proprio essere al mondo, il proprio essere-vivente-nel-tempo, la sua durata, il suo spessore secondo una quarta coordinata. Di per sé, invisibile.

Durare. Vivere. Di nascosto. E “quanto resta della notte?”