Cruda Luce: su Lav Diaz (1)

Il programma della Quinta Edizione del Laterale Film Festival (13-14-15 settebre 2021) include anche il cortometraggio Himala-A Dialectic of Our Time di Lav Diaz. Prima parte di un delirio per ripensare il cinema di uno dei massimi cineasti contemporanei.

(1)

Lav Diaz non è solo cinema che comunemente potrebbe dirsi “estremo”.

E comunque non solo per l’oltranzismo stilistico, tecnico, tecnologico (le lunghe durate, i lunghi piani fissi o le macchine a mano ineducate, mosse, tremule, il digitale cosiddetto “povero” eletto a mezzo principe); o per l’intensità dei temi che mette in gioco (quelli storici, come in From what is Before, 2014, su ciò che precede la dittatura di Marcos nelle Filippine; quelli trans-storici, assoluti e “umani”, come delitto-colpa-responsabilità in Norte, the End of History, 2013). Estremo, anche, per come senza filtri si impegna nella lotta, per come, di film in film, prova farsi voce di un popolo la cui voce è soffocata dalla storia (dittatoriale, coloniale). E questo senza però cadere nello stereotipo ipocrita dell’intellettuale-guida che pretende di sapere del popolo più di quanto il popolo sappia di sé.

dal film From What is Before

Il cinema di Lav Diaz è anche un cinema della crudeltà; che non è intesa come perversa ricerca di shock, sensazione, pathos; che non è il far film di/con/su “sperma, sangue, lacrime”, come afferma un Gaspar Noé, come si potrebbe dire di un von Trier, di…

Crudeltà non si riduce, nel cinema di Lav Diaz, a qualcosa di sconcertante o violento nell’immagine, cercato magari con compiacimento sadico; ma lo è più nel senso baziniano, pur con la distanza che lo separa da coloro (Stroheim, Buñuel) per i quali il critico spendeva quella categoria.

Crudeltà, nel suo caso, è allora – soprattutto – ciò che presiede alla costruzione dell’immagine: è ciò che a monte definisce l’approccio del cineasta al cinema e al mondo. È insomma un modo di guardare. Lav Diaz guarda senza orpelli, “crudelmente”, al mondo, al suo paese, al suo presente, alla sua storia.

Con ciò non si intende che il suo cinema sia semplicemente ascetico depauperamento dello stile, della forma (e del resto, in generale, l’ascetismo è stile: Bresson, ad esempio). Guardare “senza orpelli” è invece una postura stilistica, una scelta. C’è una “povertà”, certo, ma relativa ai mezzi tecnici.

Crudeltà è però altrove. Nel modo di guardare– si diceva, senza sovrastrutture – quasi senza preferenze che orientino lo sguardo e il racconto, che accordino più peso a un aspetto del mondo e meno a un altro. Lav Diaz, che col mondo sta faccia a faccia, lo prende di petto e si prova a raccontarlo “tutto”. L’una e l’altra cosa insieme, allora.

Crudele perché nel tempo lungo in cui il mondo si espone allo sguardo e al racconto non c’è filtro, perché tutto entra in campo. Tutto il bene, tutto il male. Crudele, perché per aprire così tanto lo sguardo al mondo, per farlo così disponibile, significa andare al mondo come nudi (e crudi).

Century of Birthing

Nel cinema di Lav Diaz c’è una crudeltà di visione nuda del mondo, che passa anche per la spoliazione del colore. Il bianco e nero è tendenzialmente ottenuto in post-produzione, un punto di arrivo. Lav Diaz gira “a colori”, poi desaturati.

Il che è un po’ come vedere le cose svestite, senza involucro. Per la semplice ragione che, a rigore, il colore non è un fatto autonomo in sé, bensì un prodotto: Luce X Corpi X Occhi.

Il cinema di Lav Diaz, allora, vede “ciò che c’è” a prescindere dal colore.

Da questo punto di vista, e a voler giocare col titolo di uno dei suoi film più intensi, A Lullaby to the sorrowful Mistery (2016), si potrebbe dire che oltre ai “Misteri dolorosi” di cui racconta (il film ruota attorno ai fermenti rivoluzionari contro il colonizzatore spagnolo, nelle Filippine del 1896), il cinema di Lav Diaz possa anche comprendersi nella formula “Mistero luminoso”. Luce – e ombra – a disegnare le cose, a far emergere i corpi e manifestarne l’esistenza.

E il mistero? “Da dove viene il male nell’uomo? Da dove viene la violenza nell’uomo?”, si sente in Florentina Hubaldo CTE (2012).

dal film Florentina Hubaldo CTE

Crudele è misurarsi con questi e altri misteri, con questi temi, queste interrogazioni.

Crudele significa guardare al mondo senza filtri sapendo che il mondo è anzitutto da vedere e sentire, e da pensare solo poi. Significa che il mondo è qualcosa di cui non si sa e sul quale ci si interroga, è qualcosa che si scruta, a lungo, al quale si dedica sforzo di attenzione, dalla particella al tutto, in blocco.

E in questo scrutare e interrogare scoprire che il mondo è a sua volta crudo, ineducato, perché tutto l’orrore, tutto l’amore può prodursi, e che l’uno e l’altro sono crudelmente compossibili e non si escludono. Mondo dove il delitto è delitto – nudo e crudo, ancora – dove la pietà, spietatamente (crudelmente) si espone, dove la compassione è compassione (Horacia che si prende cura dei derelitti con infinita dolcezza di madre in The Woman who Left, 2016, e insieme prepara la vendetta contro l’uomo a causa del quale è stata ingiustamente condannata al carcere, e separata dal figlio). Mondo dove tutto è atrocemente possibile e tutto – dostoevskijanamente – permesso perché non c’è regola o sovrastruttura che tenga (accade che chi non ha colpe finisca a scontare ergastoli, come appunto in The Woman who Left o Norte).  Crudeltà è guardare a tutto ciò senza riserve, senza nulla risparmiarsi.

           The Woman who Left

O è far sentire il peso che hanno le cose, come quando, ancora in The Woman who Left, Horacia prende per la prima volta la pistola. Impara a puntarla contro un nemico invisibile, al chiuso di una stanza, entrambe le mani attorno al calcio, le braccia distese, la canna che segue un’ineluttabile linea immaginaria da destra a sinistra. Fin quasi a puntarcela contro. È una pistola, nuda e cruda. Ne abbiamo viste tante, al cinema o altrove. Ma pesa come nessun’altra, come fosse non solo la prima volta di Horacia ma anche la nostra. Una pistola nelle mani di una donna che vuole vendetta e che abbiamo visto capace, sinora, solo di gesti di cura.

Questo pesa, questo ha un che di crudele. 

O è crudele la scena di circa un’ora, in Heremias (2006), in cui una banda pianifica lo stupro di una ragazza. Crudele è stare ad ascoltarli e osservarli, messi a nudo. Non disporre di filtri per arginare o attutire l’impatto di quella scoperta, senza sconti. Crudele – perché nuda e senza difese, solo capace di guardare e sentire – è la posizione di Heremias – il protagonista che scopre il gruppo e ne intercetta casualmente le discussioni – che resta a scrutare la pianificazione del delitto senza farsi sconti, per poi tentare di scongiurarlo.

dal film Heremias (Book One: the Legend of the Lizard Princess)

Crudeltà, ancora, è il parto liberatorio, miracoloso, in mezzo a campi sconfinati, in Century of Birthing (2011). È, anche, nello stesso film, un aborto autoinferto, che da quel parto finale è come redento, nello stillare graduale di una pioggia salvifica che tutto pare pacificare.

Crudele perché nelle lunghe inquadrature fisse non si equivoca l’assenza di presenza umana con il vuoto, “piene” come sono di mondo, di baracche o di paesaggi naturali che da sotto il bianco e nero immaginiamo sfacciati, incontrollati per rigoglio, e insieme in disfacimento. Ecco, l’incipit di Dead in the Land of Encantos (2007), coi paesaggi post-tifone, con la macchina da presa che non ha/non sa dove posarsi, primitiva, come se il cinema fosse stato appena inventato, come se non ci fossero carrelli, treppiedi, punti ottimali dove far sedere lo sguardo.

Crudele perché apparentemente prive di avvenimenti e invece piene di ciò che d’accadere non cessa mai: il tempo che si fa sentire, che non cessa di scorrere spietatamente sulle cose (che la “pressione del Tempo” di cui parlava Tarkovskij – nume tutelare di tanto cinema so called slow – fosse da intendersi anche come un tempo che “fa pressione”, più o meno violento?), che le incalza e le tallona – ora più rapido ora meno ma comunque costante – come l’inseguimento, che si prende circa due ore e mezza di film (i governativi sulle tracce dei dissidenti politici) nelle battute quasi finali di Melancholia (2008).

Crudele, anche, l’esposizione prolungata del mondo allo sguardo, l’intensificarsi della visione che prevale su un immediato emergere del senso della narrazione. E questo a prescindere da ciò che in quel mondo accade, e perciò indipendentemente dal fatto che nell’inquadratura abbia luogo o meno qualcosa, che vi si mostri qualcosa di apertamente brutale (le violenze subite da Florentina Hubaldo), o di “dolce” (l’affetto che Horacia e la trans Hollanda si scambiano).

E allora, con tutto il crudo mondo e tempo che vi scorre dentro, quelle inquadrature, nella loro fissità, nell’osservare prolungato, non sono contemplativa quiete. Sono, piuttosto, in-quiete.

Che in tanti siano chissà come arrivati a parlare di “minimalismo”, per un cinema così intenso e tutt’altro che sommesso-crepuscolare per toni, forme, e che giganteggia, anche, per i temi, per la statura tragica dei personaggi, per come racconta praticamente, ogni volta, tutto (quindi, massimalista: i kolossal si possono fare prescindendo da mercati, industrie, capitali), è segno di un fraintendimento grossolano. “Tutto” racconta, questo cinema. E può sorprendere parlare di “racconto” quando si crede in opposte polarità, in due e solo due modi di pensare e fare cinema. Da un lato della barricata il “cinema d’arte”, decisamente antinarrativo, autoriale, indipendente, solo visione e non storia, pura plasticità di spazio e tempo. Dall’altro, il cinema di storie, di azioni, di personaggi. Insomma, i buoni e i cattivi. I moderni e i classici. Coloro che hanno capito il “proprio” del cinema e coloro che lo misconoscono. Opposti inconciliabili, quindi. O, al limite, una terza via originata comunque dalla fusione di quelle due, e non altre.

Ma alla prova dei fatti, e cioè nel corpo a corpo con opere e autori, tale riduzione a due categorie (tre al massimo?) di tutto il cinema che si è fatto e si fa, suona come semplificazione. Dove collocare Lav Diaz? (E, in effetti, chiunque altro?)